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Decreto Romani: se son rose, pungeranno

Il Decreto Romani è stato approvato dal Consiglio dei Ministri. Il testo esclude dal dovere di identificazione preventiva blog, motori di ricerca ed altre realtà online, ma ciò nonostante sembra lasciare ombre interpretative che rinvigoriscono la polemica

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Ed il Decreto Romani venne infine approvato. Il testo ha sollevato feroci critiche per la sua impostazione ambigua, con un testo che si presta ad interpretazioni disparate e che, proprio per questo motivo, suscita il timore per cui possa essere strumentalmente utilizzato come un bavaglio per la libertà della Rete. Dal Ministero per lo Sviluppo Economico e dalle fila del Governo sono giunte rassicurazioni ripetute, ma le critiche non sono state sopite ed il timore per cui il decreto imponga pericolosi orpelli alla Rete rimangono in auge anche dopo il Consiglio dei Ministri che ha deliberato l’approvazione.

Varie le indicazioni contenute nel decreto, tra le quali anche misure per la regolamentazione della pubblicità che hanno suscitato ulteriori e differenti perplessità. Ma è la Rete a far discutere in modo particolare. Ed a tal proposito il Ministero ha pertanto riassunto le novità dal proprio punto di vista (pdf): «Viene chiarito a quali servizi audiovisivi deve essere applicata la disciplina prevista dalla Direttiva, con un elenco dettagliato delle attività escluse (tra cui i siti Internet tradizionali, come i blog, i motori di ricerca, versioni elettroniche di quotidiani e riviste, giochi online). È stato specificato che il regime dell’autorizzazione generale per i servizi a richiesta (diversi dalla televisione tradizionale, con palinsesto predefinito) non comporta in alcun modo una valutazione preventiva sui contenuti diffusi, ma solo una necessità di mera individuazione del soggetto che la richiede con una semplice dichiarazione di inizio attività».

«Nonostante il maquillage, il decreto Romani conserva il suo carattere autoritario laddove costringe i servizi di live streaming e consimili a chiedere l’autorizzazione ministeriale»: così Vincenzo Vita, senatore in forze al PD; «escludere del tutto internet da una direttiva televisiva sarebbe stato comunque più chiaro e avrebbe evitato le incertezze interpretative che invece non mancheranno»: così Paolo Gentiloni, ex-Ministro per le Comunicazioni. Alessandro Longo, oltre a riportare l’opinione dei detrattori del decreto, sottolinea inoltre su Repubblica.it una formulazione che apre potenzialmente a nuovi giri di vite contro la pirateria basati sull’oscuramento e sulla censura: «L’Autorità emana le disposizioni regolamentari necessarie per rendere effettiva l’osservanza dei limiti e divieti di cui al presente articolo». Ancora una volta, insomma, nulla di esplicito in un contesto che lascia però aperti spazi interpretativi di potenziale pericolosità (soprattutto in un paese già al centro delle attenzioni in tutto il mondo per il modo in cui si rapporta con la Rete, il diritto e la regolamentazione delle realtà online).

YouTube sembra essere il primo esempio di difficoltà interpretativa che si pone innanzi al decreto. Il sito è infatti un raccoglitore di video, si presta in qualche modo alla concorrenza con i flussi televisivi, comporta evidente raccolta pubblicitaria ed è al tempo stesso un nemico giurato del polo Mediaset. La commistione di questi elementi sembra preludere a nuovi scontri ideologici e legali tra le parti, con la battaglia tra internet e televisione chiaramente spostata ormai sul piano giuridico e legislativo: Google e Mediaset ne sono gli attori primi, con ricadute forti sui rispettivi settori rappresentati.

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