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Sergey Brin: Microsoft si piega alla Cina

Sergey Brin accusa Microsoft spiegando che l'operato di Redmond in Cina va contro la libertà di espressione e contro i diritti umani con il solo fine ultimo e limitato di contraddire la filosofia Google. Ma la battaglia di Google rimane ad oggi isolata

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Google non può combattere una battaglia solitaria contro la Cina, o quantomeno non vuole. Se Google trovasse nuovi partner nella propria sfida alle istituzioni cinesi la pressione sarebbe maggiore e lo sforzo semplificato. Per questo motivo il gruppo sta cercando di forzare la polarizzazione delle parti stimolando un “con loro o contro di loro” (ed Amnesty International in questa configurazione ha immediatamente trovato la propria ideale collocazione) nel quale si tenta di tirare ora in mezzo anche Microsoft.

L’accusa parte da Sergey Brin, colui il quale nel 2006 si astenne dal voto per stabilire la politica da intraprendere oltre la Grande Muraglia e colui il quale, quattro anni dopo, sembra essere il fulcro del motto ribelle del proprio gruppo. Brin parla della sua famiglia, fuggita dall’Unione Sovietica e dall’antisemitismo a fine anni ’70 alla ricerca di nuove libertà: sulla base di questa forte esperienza Brin propone l’inversione nei rapporti con la Cina e promuove la causa spiegando che una grande azienda non dovrebbe pensare soltanto ai profitti, ma anche e soprattutto a come e dove vengono utilizzati i suoi prodotti.

E scatta la freccia velenosa verso Microsoft: «Mi spiace in modo particolare per loro. Da quanto ne so, non hanno in effetti alcuna quota di mercato – perciò in sostanza parlano contro la liberà di espressione e contro i diritti umani al fine unico di contraddire Google». Quella di Brin è una risposta diretta alle parole di Bill Gates, il quale già lo scorso Gennaio punzecchiava le volontà di Google spiegando che «Occorre decidere: vuoi obbedire alle leggi del paese in cui sei, o no?».

Bill Gates spiegava a suo tempo come la censura cinese fosse per molti versi un fattore limitato, con il quale poter stipulare un compromesso accettabile. Negli anni Google si è comportata allo stesso modo, filtrando le fonti di Google News e limitando alcune specifiche query, per poi decidere per l’improvvisa inversione ed iniziare una guerra di alto profilo. Oggi da Mountain View si avvisano anche altri gruppi: la pressione delle istituzioni potrebbe farsi ancor maggiore ed i prossimi mesi potrebbero non essere semplici. L’appello è probabilmente rivolto alle altre aziende che, sia pur se mai nominate, sarebbero state vittima dell’accesso ai server in occasione dell’attacco di inizio 2010 da cui tutto ha avuto origine.

Ma Brin apre anche la porta alla speranza: Google potrebbe tornare un giorno in Cina. Il gruppo del resto non se ne sta andando, ma ha soltanto creato un redirect senza in alcun modo smuovere le proprie forze vendita da Pechino e dintorni. Le conseguenze economiche potrebbero però presto farsi pesare ed in tal senso la Cina avrebbe già mosso i propri apparati per far pressioni sui partner locali al fine di ostacolare i contratti in atto ed intaccare almeno in parte i 300/600 milioni di fatturato che il gruppo mette in cassa grazie alle sue attività in loco.

Non tutti concordano con l’operato di Google e ad oggi l’azione del motore di ricerca rimane perlopiù isolata. Il gruppo del “don’t be evil” ha meritevolmente stralciato il patto con il diavolo, ma fatica a portarsi appresso altri consensi. Anche il Governo USA è stato tirato per la giacchetta, ma a parte un iniziale sconcerto e le precedenti pressioni accordate da Hillary Clinton, nulla di più si è mosso nella direzione di Mountain View: nei giorni della riforma della sanità e dei difficili rapporti diplomatici internazionali con Israele non è forse utile gettare ulteriore legna sul fuoco. Ma occorre dare tempo al tempo: la situazione vede ormai definitivamente intaccato il precedente precario equilibrio ed è destinata pertanto ad evolversi ulteriormente.

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