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L’FBI controllava Megaupload fin dal 2006

L'FBI rivela le comunicazioni virtuali di Kim Dotcom e del suo team, in cui si discute anche dei metodi utilizzati per abbattere la concorrenza.

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Emergono dettagli curiosi sul caso Megaupload, sulla chiusura del sito e sul conseguente arresto della mente Kim Dotcom e dei suoi collaboratori da parte dell’FBI. Dopo la rivelazione delle modalità d’arresto, dei reati contestati e delle possibili condanne, emergono nientemeno che le comunicazioni virtuali che il padre del servizio e i suoi dipendenti erano soliti inviarsi. E ve n’è davvero per tutti i gusti, complottisti e dietrologi compresi.

L’FBI sarebbe entrata in possesso delle conversazioni Skype e delle email di Kim Dotcom, ma non è dato sapere attraverso quali modalità, visto che i servizi citati non sembrano essere stati oggetto di comunicazioni né interventi ufficiali dall’ente governativo statunitense. È la stessa Skype a sottolineare come nessun dialogo sul suo network sia conservato per più di 30 giorni e, considerato come gli agenti siano in possesso di comunicazioni addirittura risalenti al 2006, sembra che i federali a stelle e strisce siano riusciti a tracciare le chat tramite software di spyware e altri sistemi spionistici, installati senza la consapevolezza del team di Megaupload.

La testata CNet ipotizza, appurato come Skype e altri servizi non siano entrati nelle indagini con richieste ufficiali di cessione della corrispondenza, che l’FBI abbia fatto ricorso al CIPAV, un sistema spyware approvato dalla giustizia nel 2007 per tracciare le conversazioni in uscita dei sospettati, solitamente hacker, estorsori virtuali, pedofili e assassini. In una delle primissime comunicazioni intercettate, si evince come Dotcom fosse preoccupato per il suo denaro, perché l’attività che stava conducendo risultava “un po’ rischiosa”, segno di come il gruppo fosse probabilmente consapevole di giocare con il fuoco ammettendo la violazione del copyright altrui. In un’altro scambio, datato invece aprile 2006, Megaupload appare interessata in modo fin troppo sospetto all’archivio, già allora sterminato, di YouTube. Ecco il contenuto delle email fra i manager Mathias Orthman e Bram van der Kolk:

«Van der Kolk: “Abbiamo un server disponibile per il download continuo di video da Youtube? Kim ha nuovamente sottolineato come questa sia davvero una priorità”.

Ortmann: “Speriamo Youtube non stia implementando un sistema di rilevazioni delle frodi… preghiamo. Al momento abbiamo solo il 30% dei loro video. Credo che sia carino averli tutti, così possiamo decidere più tardi in che modo ne potremo trarre beneficio”».

E non è tutto: pare che Dotcom negli ultimi tempi fosse fin troppo preoccupato dalla nascita di servizi concorrenti, tanto da inoltrare numerose missive di dissuasione a finanziatori, partner o semplici servizi di supporto, così da oscurare la concorrenza. In una mail – o meglio in una “velata” minaccia – inviata a PayPal nell’ottobre del 2011, si apprende:

«Il nostro team legale negli Stati Uniti si sta preparando per denunciare alcuni dei nostri concorrenti per esporre le loro attività criminali. Vogliamo informarvi e avvisarvi di non lavorare con i servizi che pagano gli utenti per contenuti pirata. Stanno danneggiando l’immagine e l’esistenza dell’industria del filehosting (notate cosa sta succedendo con il ProtectIP Act). Guardate Fileserve.com, Videobb.com, Filesonic.com, Wupload.com e Uploadstation.com: questi siti pagano chiunque (e non importa se i file siano piratati o meno) e non hanno alcuna policy per le violazioni ripetute. E tutti usano PayPal per pagare i criminali.»

Non mancano, tuttavia, le polemiche su questi contenuti resi pubblici nonostante una battaglia legale in corso. Anche qualora tale corrispondenza sia stata acquisita con metodi legittimi come il sopracitato CIPAV, per quale motivo è diventata di dominio pubblico nonostante un processo in corso? Interrogato sempre da CNet, l’avvocato di Megaupload Ira Rothken ha liquidato un commento, sottolineando come ogni considerazione verrà «riservata al tribunale».

Fonte: CNet • Via: CNet • Immagine: EuroNews • Notizie su: