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Spamming vs privacy

È uscito a fine gennaio uno studio voluto dalla Commissione europea su spamming e protezione dei dati. Sempre più necessaria l'adozione di regole chiare e condivise.

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A quanto pare, gli operatori avranno presto a disposizione sistemi capaci di inviare 100 milioni di e-mail commerciali al giorno. Supponendo che le imprese in grado di dotarsi di tali sistemi siano 200 (ma saranno verosimilmente molte di più), gli attuali 300 milioni di utenti Internet potranno ricevere mediamente oltre 60 e-mail pubblicitarie al giorno. Tradotto in termini di costo della connessione, ciò significa che tutti noi potremmo arrivare a spendere oltre 30 euro all’anno soltanto per cancellare i messaggi indesiderati dalla nostra mailbox. “Messaggi indesiderati”, in questo caso, è chiaramente un eufemismo – la parola giusta è un’altra: spamming.

Queste previsioni non vengono da una fonte qualunque, magari da un’organizzazione o da una mailing list di internauti inferociti, ma compaiono nientemeno che in un rapporto dedicato a spamming e protezione dei dati personali voluto dalla Commissione europea, citato e riassunto nella newsletter del Garante della Privacy il 12 febbraio del 2001. Diciamo subito che si tratta di dati per niente incoraggianti, anche se tutt’altro che imprevedibili.

Dal rapporto emerge che esiste ormai un fiorente mercato con tanto di società di intermediazione dedite allo spamming e alle varie pratiche contigue, prima fra tutte la vendita, non si sa quanto legittima, di indirizzi e-mail a chiunque abbia abbastanza quattrini per comprarli – non che ne servano molti, in realtà: sul mercato statunitense 1.000 indirizzi e-mail valgono mediamente 5 dollari, anche se il prezzo è destinato a lievitare con la crescita del numero e della qualità delle informazioni che riguardano il singolo consumatore, e che lo rendono, quindi, meglio “targettizzabile”.

Inutile soffermasi qui sulle mille ragioni che hanno reso lo spamming una pratica così diffusa e in continua crescita. Possiamo però provare a indicarne una soltanto, in più di un senso capace di riassumerle tutte: la possibilità di praticare pubblicità diretta e intrusiva, a pioggia, con un costo complessivo pari a zero, o quasi. E pubblicità efficace, anche, se è vero che i tassi di rendimento dell’attività marketing così ottenuti viaggiano tra il 5 e il 15% contro 0,5/2% delle comunicazioni postali tradizionali, e con percentuali di risposta vicine al 18% contro lo 0,65% degli onnipresenti ma meno efficaci banner.

Dovremo dunque rassegnarci a un futuro fatto di mailbox intasate di messaggi pubblicitari verso i quali non nutriamo il minimo interesse? Forse no, anche perché la pubblicità, se regolata in maniera intelligente e non invasiva, può in effetti interessare più di un consumatore, purché si tratti di pubblicità calibrata sugli interessi di ognuno e soprattutto di pubblicità inviata con il consenso del consumatore stesso, il quale può benissimo essere interessato a un certo tipo di prodotti e totalmente disinteressato a un’infinità di altri. Tutto sta a individuare delle regole certe e trasparenti che tutelino i consumatori senza necessariamente penalizzare le aziende, purché si dimostrino corrette e rispettose del diritto inalienabile alla privacy.

Le conclusioni del rapporto della Commissione europea vanno esattamente in questa direzione. Tre gli obiettivi fondamentali:

  1. L’invio di e-mail commerciali dovrebbe essere possibile solo qualora il destinatario abbia precedentemente acconsentito a ricevere tali messaggi.
  2. Occorre maggior chiarezza sulle procedure di prestazione del consenso online, vale a dire che è necessaria la certezza dell’indicazione della volontà del soggetto sulla base di un’informativa corretta e completa. Quindi, niente clausole illeggibili o nascoste in pagine introvabili.
  3. La trasparenza inerente al meccanismo del consenso preventivo deve essere estesa a tutti gli strumenti utilizzati per questo tipo di comunicazioni.

Tre punti che se applicati renderebbero, com’è facile capire, un ottimo servizio a tutti gli internauti, neutralizzando lo spamming senza per questo impedire alle aziende interessate la possibilità di praticare iniziative pubblicitarie probabilmente anche più fruttuose delle attuali. Ma, per ora, si tratta solo di buoni propositi

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