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La salute in una query

Lo scandalo Baidu. La ricerca sulla Cyberchondria. I portali contro l'anoressia. Quando la nostra salute va online, le ricerche che facciamo sono relative a noi stessi. Per questo motivo i motori di ricerca vanno ripensati: non basta la statistica

La disintermediazione è un effetto diretto della nuova cultura digitale: un medium pervasivo ed onnicomprensivo come il Web non può che forzarne le dinamiche, spingendo ad un contatto diretto tra gli attori e depennando ogni passaggio intermedio. La disintermediazione ha portato non pochi vantaggi: la caduta di ostacoli nei percorsi di vendita, l’annichilimento di tappe intermedie che rallentano i processi, l’annullamento di sacche speculative. In generale si giunge una maggior rapidità ed un minore costo. Se l’utente accetta tutto ciò è perchè sa di potersi basare su standard qualitativi e su meccanismi che facilitano il passaggio verso una nuova logica, tralasciando l’utilità degli intermediari e mettendo direttamente in tasca quanto avanzato in questo nuovo contratto con il venditore.

Ma quando si parla di salute tutto ciò non può avviarsi nella stessa direzione con la stessa facilità. Perchè quando si parla di salute gli standard non esistono per definizione: ognuno è un caso a sé, ognuno merita differente attenzione; tra sintomo e diagnosi non può esservi un rapporto biunivoco. Gli algoritmi dei motori di ricerca non sono adatti a questo tipo di approccio: qui la probabilità è pericolosa, e la stessa selezione delle fonti è pratica determinante. Il caso Baidu deve, pur se nella sua esagerata estremità di condizioni, essere di insegnamento: i motori di ricerca, se intendono recuperare dal mercato anche quella (considerevole) fetta di query concernente il mondo della salute, dovranno capire come rapportarsi con l’utenza.

Microsoft e Google sono le aziende che più di ogni altra stanno investendo in questo ramo. Partendo da 23andMe fino ai canali HealthVault, entrambi i poli sono già orientati ad un futuro in cui la tecnologia saprà indirizzare l’utente verso le migliori soluzioni per il proprio stato di salute. Veicolare tali scelte potrebbe essere di fondamentale importanza per conquistare la fiducia degli utenti. Avere un motore che filtra le fonti, ordina il ranking secondo parametri chiari e trasparenti, garantisce la privacy ed utilizza percorsi di ricerca raffinati significherebbe avere una porta aperta alla disintermediazione anche in questo settore. Allo stato attuale, invece, i pericoli sono probabilmente di più (e più gravi) rispetto alle opportunità.

Quando il discorso 23eNoi prese piede, le riflessioni erano di simile caratura. La presenza invadente di un motore di ricerca, le minacce della disintermediazione, la ricerca di informazioni su se stessi. Poi è venuto il caso Baidu, quindi i primi numeri sulla Cyberchondria. Le ultime notizie sull’anoressia si inquadrano nella stessa direzione: motori di ricerca che, fungendo da nuovi intermediari, restituiscono deresponsabilmente risultati “pro-ana” da una rete intrisa di informazioni distorte, errate, tendenziose ed oltremodo pericolose.

Sì, è venuto il momento di fermarsi a riflettere un attimino per capire come ci si debba comportare. Perchè qui si parla di salute, roba dove una patch a volte non basta per risolvere un bug.

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  • http://www.oiramitugalam.eu/ Mario Malaguti

    Andando alla conclusione: ?Sì, è venuto il momento di fermarsi a riflettere un attimo per capire come ci si debba comportare. Perché qui si parla di salute, dove una pezza a volte non basta per risolvere una disfunzione.? Mi domando: dove sta il nuovo in tutto questo articolo che pur si riferisce ad un fatto recente? Mossi dalla necessità che riguarda la salute, comunque si esegue una ricerca e i modi per compierla sono tanti, tra i quali oggi anche il ricorso ai motori di ricerca. Ma rispetto all?informazione ottenuta comunque e di qualunque qualità, anche quella proveniente dallo specialista, non cambia nulla riguardo la necessità di affidarsi al proprio istinto, usando questo termine per racchiudere tanto personali conoscenze estese, quando minime, o nulle.
    Perfino il più serio o quotato degli autori, o degli specialisti, può essere, tra l?altro, male interpretato, e quindi la ricerca risulta un percorso mai semplice, specie se affrontata con scorciatoie, quali quelle che possono offrire i motori di ricerca. E ancora sul salto, possibile, dello specialista, inviterei a riflettere sui tempi che egli presta al caso preciso. Forse non risulterà un salto di per sé grave.

  • http://www.webnews.it Giacomo Dotta

    Lo specialista conosce, l’utente medio no. Affidarsi ai motori di ricerca è pericoloso proprio per questo motivo. Se poi lo specialista fa male il suo lavoro, questo è un altro paio di maniche. Ma uno specialista serio analizza, chiede i sintomi e sa trarne conclusioni affidabili (o quantomeno dedotte in base allo stato della scienza).

    I motori di ricerca non sono costruiti per fare una diagnosi, ma per dare una risposta ad una domanda. Se la domanda è mal composta, il motore diventa un intermediario pericoloso. Neutro, ma pericoloso.

    Alla luce dei dati e dei fatti, è questa una riflessione tanto ovvia quanto necessaria.

  • http://www.oiramitugalam.eu/ Mario Malaguti

    Condivido il ruolo indispensabile dello specialista, poi considero la notizia di ieri sugli specialisti sostituiti dai tirocinanti nell’esecuzione di visite specialistiche. Casi, non sistema, spero.
    E sui motori di ricerca, quindi su internet, sempre nella notizia accennata, il praticante ammette che, fresco di laurea, dal cui percorso non ha ricavato pratica, si rivolge come fonte di informazione. La diagnosi la fa il sostituto dello specialista, il quale, nella solitudine comune a tutti quelli che si sono avviati in una professione, ammette di ricorrere ai motori di ricerca.
    Usa cioè lo strumento più a portata di mano. Niente di diverso da chi anni prima ricorreva al libro o alla biblioteca.
    E diventerà un bravo specialista, ne ha le possibilità.