Digital.it
QR code per la pagina originale
news_75c7461b69828635.jpg

Giornalismo certificato

Il giornalismo online ha bisogno di bollini di garanzia? I giornali hanno bisogno degli aiuti dello Stato? I giornalisti hanno bisogno dell'Albo? Il giornalismo ha bisogno dei giornali?

Altro punto all’ordine del giorno al convegno “Il futuro del giornalismo” è relativo al modello di business da abbracciare. Numeri alla mano, l’Ordine ritiene sia venuto il momento di aprire alla distribuzione a pagamento, anche online. In assenza di entrate, infatti, il modello di business non regge e l’informazione ne risulta minata alla base. Anche in questo, però, il comportamento del mondo editoriale parla da sé: invoca i micropagamenti, ma si coalizza per cercare nuove soluzioni pubblicitarie; invoca normative antitrust contro i monopoli, ma poi chiede aiuti per difendersi dalla concorrenza del web; chiede che la rete non si appropri dei contenuti, ma poi ne fa quotidiana incetta. Soprattutto, si predica per i pagamenti, ma senza muovere alcun passo in questa direzione (Rupert Murdoch, almeno, è stato coerente con il proprio credo): nuova linfa per chi crede che gli imprenditori italiani siano abili ad agire soltanto quando lavorano con capitali altrui.

Il dibattito, semplicemente, è oggi sviluppato sui binari del non-sense. Questo perchè ancora si mettono a confronto i “giornali” e la “rete”, come se fossero due entità omologhe ed opposte. È questo un atteggiamento evidentemente parziale, strumentale e probabilmente doloso: nessun giornale online ha mai osato (o mai dovrebbe osare di) includere nella categoria del giornalismo tutto quel che viene venduto nelle edicole (e tutti sappiamo ciò che finirebbe nel calderone), mentre i giornali cartacei sono spesso pronti a confondere un blog ed un sito di news, un social network e l’ultima delle homepage personali.

La rete va messa a confronto con la carta, e giudicati entrambi come strumenti in tutte le loro qualità ed i loro difetti. I giornali vanno messi a confronto tra loro, a prescindere dal supporto usato, in termini di contenuti e di approfondimento. I giornalisti vanno messi a confronto tra di loro, a prescindere dall’editore e dal supporto, in termini di qualità delle informazioni e abilità espressive. Un mercato perfetto non richiede garanti e bollini, ma semplicemente chiarezza nei termini, trasparenza nelle informazioni e massima apertura. Laissez-faire, senza protezionismi né radicalizzazione delle posizioni: la mano invisibile farà il resto. Con estrema pazienza. E senza pietà.

L’immagine di copertina è ricavata da a BillRhodesPhoto

Se vuoi aggiornamenti su Giornalismo certificato inserisci la tua e-mail nel box qui sotto:

 « Pagina precedente 1 2 

  • http://www.molecularlab.it/ Riccardo

    Bravo!
    Come sempre si tende a rimanere come si era e non cambiare.. sarà perchè questo vorrebbe dire anche perdere le proprie quotidiane comodità, stipendi e poteri.
    In compenso significa arrogarsi il diritto di mettere limitazioni a chi scrive e vuole fare divulgazione.
    Con logica e intelligenza si sà che bisogna esser responsabili di quello che si scrive, ed accorti nell’accogliere eventuali segnalazioni, questa responsabilità però viene allarmata ed ingigantita ancora una volta da persone abituate alla carta stampata: credendo danni imperituri e vastissimi per una parola sbagliata (almeno rispetto alla loro concezione), un opinione.
    Che ci sia autoregolamentazione: se Internet è libero non vuol dire che non ci siano equilibri e regole non scritte!

  • Alessio Di Domizio

    Il fatto che a rappresentare queste istanze sia l’ordine italiano dei giornalisti, le delegittima più del necessario. Anche in un mondo in cui l’ordine dei giornalisti non esistesse, p anche in nazioni in cui di fatto non esiste, andrebbe presa con molta serietà la problematica della remunerazione del mercato giornalistico (più o meno iscritto a un ordine, meglio se no).
    Il motivo mi pare molto semplice: la deontologia professionale che mantiene il giornalista lontano dalle tentazioni corruttorie (si tratti di raccontare in modo compiacente politica o computer), la preparazione, la cultura derivante dall’occuparsi professionalmente (ovverosia 8 ore al giorno, 7 giorni su 7), sono costi fissi e non variabili (al ribasso) come quelli che arrivano dalla pubblicità. Un canale di remunerazione garantito, in qualunque modo lo si voglia ottenere, è necessario per far fronte a questi costi.

    Il momento in cui l’informazione non venisse più remunerata, essa non smetterebbe di esistere: semplicemente continuerebbe su altre premesse economiche (come già oggi fa, vedi la decisione di FTC), nella fattispecie mettendo a frutto quelle economie che si costruiscono quando si cede, a danno dell’utenza, su tutti i fronti che garantiscono l’affidabilità e la serietà dell’informazione.

    In poche parole, della mano invisibile in questo campo, così come in moltissimi altri la cui vitalità e parte integrante dello stato di salute di una società civile e democratica, non mi fido.

    Provvedimenti se ne dovrebbero prendere piuttosto per rendere ineludibile il rispetto di norme deontologiche e la preparazione di coloro a cui è attribuita la responsabilità collettiva di informare.