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Dai pizzini a Facebook

Dalla Bibbia a Facebook, dai pizzini ai messaggi di stato. Così si evolve la comunicazione tra i boss mafiosi e le loro rispettive reti. Un malvivente inglese detenuto in regime di massima sicurezza, infatti, comunicava tranquillamente da social network

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C’è Mafia e Mafia. C’è quella italiana, i cui boss mandavano pizzini cifrati scrivendo sulla Bibbia, e quella inglese, i cui boss utilizzano moderni strumenti di social networking per comunicare con la propria rete. In Italia ai tempi sembra che gli ordini venissero impartiti all’esterno facendo leva su battute ritmate sulle sbarre e con la complicità delle guardie, in Inghilterra sembra invece sia più semplicemente possibile far uso di un pc e di una connessione. È questa la storia di Colin Gunn, il cui tentativo sembra però essersi fermato sul nascere.

Secondo quanto riportato dalla stampa inglese, Colin Gunn è un esponente della mafia locale il quale sarebbe stato portato agli arresti di massima sicurezza in seguito all’uccisione di una coppia (John e Joan Stirland, 2004). Nonostante la sicurezza del suo regime detentivo, a quanto pare a Gunn era però lasciata la libertà di agire in modo incontrollato tramite un account personale su Facebook (dichiarato ed ufficiale), aggiornando il proprio status a beneficio di una rete di “amici” da oltre 500 unità. Il tutto per un timore specifico: chi era deputato ai controlli su Gunn temeva possibili denunce da attivisti per la libertà, e l’esclusione del detenuto dall’accesso a Internet poteva in tal caso essere passato come una restrizione della libertà minima concessa. Per evitare problemi, insomma, le maglie dei controlli si sono allentate. Con effetti deleteri del tutto evidenti.

«Un giorno sarò a casa e non vedo l’ora di vedere sugli occhi di certe persone la paura di sapermi lì»: questo uno dei messaggi di stato che Gunn, a cui la legge ha prescritto 35 anni di detenzione, ha portato su Facebook, elogiando inoltre il social network per l’ora d’aria concessa da dietro le sbarre. Imbarazzato il commento dal Ministero della Giustizia: «Siamo estremamente preoccupati per il fatto che i detenuti possano aggiornare Facebook ed altri social network. L’accesso ai social network è proibito. […] Non esiteremo a riferire alla polizia ogni materiale pubblicato in violazione della legge».

La vicenda ha immediatamente raccolto forte eco e l’impegno delle istituzioni sul caso si trasformerà inevitabilmente in un boomerang per le velleità di Colin Gunn di accorciare il proprio percorso riabilitativo. La cancellazione dell’account su Facebook è stata immediata. In questo la Mafia italiana sembra dimostrare come per certe cose la carta sia ancora migliore della via digitale. Poiché non tracciabile. Poiché meno appariscente.

In certe cose, invece, la situazione italiana e quella anglosassone non sembrano discostarsi granché: nel giro di poche ore, infatti, è nato il gruppo “Free Colin Gunn” (1760 iscritti) a cui fa da contraltare l’opposto “Don’t Free Colin Gunn” (39 membri). Roba che però, ai tempi di “Uccidiamo Berlusconi” ed i gruppi pro-Tartaglia, nel Bel Paese ha scatenato il dibattito pubblico e scomposte richieste volte alla chiusura di Facebook.

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