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La polizia per la verità? Anche meno, Minniti

Minniti, Gabrielli e Cnaipic: il perfetto trio per ammazzare ogni ragionevolezza rispetto al tema delle false notizie, e impostare un'idea autoritaria.

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Non ci si può distrarre un attimo che ci provano subito. Da qualche tempo impegnato in altri ambiti, sono stato meno attento al dibattito politico attorno alle cosiddette fake news (termine totalmente sbagliato), quando però ho letto del sistema di segnalazione ideato dal Ministero dell’Interno con la Polizia Postale, un ridicolo modulo “segnala la fake“, ho dovuto riprendere la tastiera, accedere a questo magazine che da anni porta alta la bandiera delle cose sensate da dire a proposito di Internet, e scrivere quel che avrei tanto voluto evitare di scrivere.

Sono talmente numerose le falle di questo protocollo operativo che si fatica anche a decidere da dove cominciare. Ad esempio: se l’assunto è che le persone sono portate a cercare conferme alle proprie opinioni e che in generale è molto difficile stabilire ciò che è falso da ciò che è vero, un modulo che chiede a quelle stesse vittime di segnalarle è una idiozia.

Oppure si dovrebbe cominciare dal denunciare il paternalismo di uno Stato che affronta un tema essenzialmente educativo reagendo in modo punitivo senza avere peraltro nessun appoggio legislativo? A quale titolo la polizia postale e il ministero dell’Interno pensano di giudicare la corretta informazione? E quanta coda di paglia si avverte nel passaggio del comunicato (pdf) dove si fa riferimento «con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale»?

Combattere chi vuole “combattere”

In un intervento chiesto da Poynter (perché con queste idee ci facciamo riconoscere all’estero), Arianna Ciccone ha giustamente denunciato il vero effetto di questo sistema, condannato all’irrilevanza, che è tutto culturale. Il modulo anti fake non va sottovalutato per il pensiero che sta alla sua base, quello di una polizia che protegge i cittadini dalla cattiva informazione – come capita nei regimi autoritari; nelle democrazie è compito degli agenti educativi, quelli senza manganello – e per il volto innocente col quale si affaccia al dibattito pubblico, proponendosi come soluzione partecipata, “più sicurezza insieme”, di “supporto”. Webnews su questo è sempre stato chiaro: va combattuto chi si candida a combattere presunte battaglie in nome della verità o della pulizia della Rete secondo criteri che sono spacciati per neutrali, ma non possono mai esserlo. È ontologicamente impossibile.

Procedere uniti contro la realtà: non è conforme!

Fingono di non interessarsi all’evoluzione digitale, ma la guardano con invidia e sospetto, talvolta con qualche brama. In campagna elettorale l’agenda digitale è sparita, si parla solo di problemi. Fingono di detestarsi politicamente, ma nella politica italiana il partito anti-Rete è trasversale e di maggioranza. Procedono uniti contro la realtà, perché non è conforme a quel che vorrebbero fosse. Sostengono sia necessario procedere legalmente contro gli insulti, contro il bullismo, contro le piattaforme indipendenti. Hanno una irresistibile pulsione alla normalizzazione dell’attività sociale in Rete perché secondo loro è “pervasiva”, ci potenzia cognitivamente ma verso obiettivi manipolabili, è sbagliata, ci vuole un correttivo e il correttivo, pensa un po’, sono loro.

Un anno fa, la presentazione di un ddl contro le fake news fu un autentico shock. Passati dodici mesi inutili, ci si inventa moduli del Cnaipic, che di mestiere fa altro (si occupa di crimini informatici) tanto per esserci, senza crederci troppo, fregandosene dei danni culturali che proposte del genere fanno, dell’autocensura che instillano, avvelenando un dibattito già immaturo, polarizzato. Lisciando il pelo a esponenti politici, ad esempio Laura Boldrini, che fanno parte di partiti coi quali il partito del ministro cerca disperatamente un accordo elettorale.

Minniti, anche meno. Ti preghiamo. Anche meno.

Immagine: Palazzo Chigi - Flickr • Notizie su: