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Pure Bill difende Google

Se addirittura Bill Gates scende in campo a difendere Google, allora la riflessione va completamente rivista: meglio accettare le regole imposte dal regime e penetrare il mercato in attesa di tempi migliori

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Don’t be evil, Google! Dal paradiso all’inferno, da angelo protettore a Lucifero crudele, questi i giudizi risultanti da un corollario di commenti che hanno alternativamente accompagnato l’epopea di un motore di ricerca che ha in pochi anni ribaltato gli equilibri dell’ICT. Un giudizio, subito: da una parte e dall’altra, i commenti che gravitano nella sfera dell’assoluto hanno evidentemente dimenticato la dimensione relativa in cui gravita invece necessariamente il mercato. L’ultima tendenza è quella al tiro al bersaglio contro Google perché il motore si sarebbe macchiato di una pena capitale: un comportamento completamente al di fuori dell’etica nell’accettare i dettami del governo cinese circa la censura dei contenuti dell’indice e di ben identificate keyword.

Un passo indietro. Quando Google News affrontò il mercato orientale dovette subito fare i conti con il filtro governativo. Google acconsentì: entrare nel mercato cinese rappresentava un’occasione troppo ghiotta per essere fermata di fronte a un po’ di censura. I mesi sono passati e nel frattempo la tentazione si è fatta sempre più grossa: il mercato cinese è in piena esplosione, Internet entra solo ora nelle abitudini di una popolazione tanto numerosa quanto desiderosa di novità, la strada è potenzialmente spianata. Ecco quindi ad inizio 2006 il nuovo passo: Google.cn, una versione edulcorata del motore di ricerca sulla base di quanto suggerito dal regime in vigore oltre la Muraglia. Anatemi su anatemi, Larry Page e Sergey Brin sono stati messi in croce per un comportamento troppo blasfemo per provenire dal “Don’t be evil” Google.

La vicenda è più facilmente interpretabile se si analizza la questione con uno sguardo di maggiore respiro, in ottica più generale. E’ quasi emblematico, in tal senso, quanto successo in questi giorni in seno all’organizzazione dei giochi olimpici di Torino 2006: una accorata protesta è stata accesa contro i giubbottini “Made in China” che portano indosso i volontari dei Giochi, il tutto sulla scia di un coro sempre più vasto contro l’importazione selvaggia dall’oriente e la concorrenza (definita «sleale») nei confronti del tessile italiano. E il caso relativo ai giochi olimpici è solo l’ultimo di una serie che si protrae ormai da tempo, delineando con esattezza una precisa linea di pensiero.

C’è molta ipocrisia in tutto ciò, un sottile inganno e, va detto, anche comunque una sottile coltre di verità. Sfruttare il mercato orientale va bene, ma solo quando quest’ultimo non mette a rischio quello occidentale; criticare i metodi di lavoro orientale va bene, ma solo fintanto che la produzione non sia al servizio di una multinazionale occidentale; stigmatizzare il regime orientale va bene, ma la barricata si alza solo nel momento in cui va a limitare la libertà di un grande gruppo occidentale. Due pesi e due misure, due modi differenti di analizzare la situazione, un approccio deviato rispetto a quella regola che proprio l’occidente ha imposto al mondo: la globalizzazione. Senza estendere il problema ad una questione di filosofia macroeconomica, basta fermarsi a questo livello di analisi per intuire che qualcosa di palesemente distorto ci sia da entrambe le parti.

A riprova del fatto che una impostazione più generale del problema sia maggiormente aderente alla situazione emersa, nelle ultime ore è sceso in campo addirittura Bill Gates a difendere (neppur troppo indirettamente) le scelte di Google: le aziende americane sono costrette ad accettare i dettami del governo cinese perché questo permette loro di penetrare nel nuovo mercato. Nel nome della globalizzazione, MSN e Yahoo non sono da meno. Da difendere c’è insomma un sistema, non tanto una singola azienda: in questa battaglia non ci sono nemici ed i grandi motori sono tutti seduti dalla stessa parte: la Cina è un mercato da conquistare, a qualunque costo, e non è certo la censura di qualche keyword a spaventare.

Google è una azienda. In quanto azienda ha il fine ultimo del guadagno. Il mercato cinese presenta grandi potenzialità ed alcune problematiche, ma una volta assecondate queste ultime si può facilmente accedere alle prime. Semplice, lineare, non serve altro. Ed infatti è in questa direzione che si sviluppa la linea difensiva avanzata da Andrew McLaughlin sul blog ufficiale del gruppo: «Google.com è down circa il 10% del tempo. Quando è accessibile il sito è lento e spesso produce risultati che una volta cliccati bloccano il browser. Il nostro Google News è mai accessibile; Google Images è accessibile solo la metà delle volte. Presso Google lavoriamo duramente per offrire la migliore esperienza ai nostri utenti e il livello di servizio che siamo in grado di offrire in Cina è qualcosa di cui non andiamo fieri […] Il problema può solo essere risolto creando una presenza locale. […] Abbiamo accettato di rimuovere alcune informazioni dai nostri risultati. Sappiamo che molta gente non è d’accordo con questa decisione e francamente capiamo il loro punto di vista. Non è stata una scelta facile […]».

La scelta di Google è quantomeno opportuna. Opinabile, certo, ma perché una azienda dovrebbe accollarsi la responsabilità di offrire informazioni vietate in uno stato come la Cina, sapendo che così facendo regalerebbe il mercato a Baidu senza trarne da parte sua alcun vantaggio? Non è meglio forse rimanere in loco, conquistarsi il mercato e poi semmai dire la propria nel tempo? La scelta, per anti-etica che possa essere, segue rigorosamente la logica aziendale di un gruppo che affonda le proprie radici nel pensiero occidentale. E a conti fatti la limitazione di qualche keyword non può neppure rappresentare un vincolo troppo rigido per la potenza che il web porta in sé: lo strumento ha oltrepassato la muraglia, tanto basta per iniettare una scintilla che nessun governo è al momento stato in grado di spegnere.