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Vivere in una tag cloud

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Leggetevelo questo post. Che dietro un punto interrogativo posto in modo quasi ironico c’è molto, molto di più.

[…] devo definire il mio lavoro e non so come fare, seriamente, come cavolo fate?

Ora per esempio. Se idealmente mi vedo consulente in media digitale e designer di applicazioni Internet, sto programmando. Per un progetto che vorrei portare avanti. Programmando. Io. Su un framework. E poi Ruby on Rails mi guarda come una sirena, e vorrei imparare anche quello. Ovunque mi giri c’è qualcosa di affascinante che chiede la mia attenzione, e questa conoscenza la vorrei tutta, subito. Ma dove cazzo sto andando, mi chiedo? Non lo so più nemmeno io. Mi sembra di essere Ulisse nell’inferno di Dante (ok, era figo, ma anche morto) o forse il protagonista di “on the road” di Kerouac, sfigato in quel modo lì. […] E senza nemmeno l’ebbrezza degli acidi lisergici, per dire.

Insomma, se devo etichettarmi, mi sa che serve la folksonomy. Non va bene una tagcloud?

I giovani d’oggi sono così. Impossibilitati a trovare una definizione, costretti a non trovarla, e poi a ben guardare forse il vantaggio è proprio nell’evitarla una vera e propria definizione. “Chi sono? Dove vado?”: domande senza tempo, vecchie come il mondo. Eppure oggi c’è da sentirsi in colpa a chiederselo. Perchè? Perchè a crollare è stato innanzitutto il vecchio sistema di classificazione, il vecchio modo di essere e di vivere, il vecchio modello sociale di identificazione. E ci troviamo così caleidoscopicamente proiettati in una “tag cloud” in cui siamo un po’ tutto e un po’ nulla.

Chissà questa generazione come passerà alla storia. Chissà come verrà “classificata”.

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