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Google, la colpa è in un brevetto?

La tecnologia adoperata dalle Google Car per sottrarre dati dalle reti aperte incontrate sul territorio sarebbe stata brevetta e servirebbe per geolocalizzare il router con un sistema di calcoli e stime. Il brevetto è una prova o può scagionare Google?

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Il brevetto numero PCT/US2009/005640 potrebbe costar caro a Google. Il brevetto è infatti la descrizione nero su bianco di una precisa intenzione, di una scelta metodologica e tecnologica: è l’espressione di una volontà. In quel brevetto, quindi, ci sono le parole che potrebbero portare una responsabilità a diventare colpa, un errore a diventare dolo. Potrebbero non esserci, però, le parole di condanna di chi vede nell’azione di Google l’intento diabolico di chi vuole sottrarre dati agli utenti per carpirne segreti o informazioni.

Che si configuri come prova di colpevolezza o come elemento per scagionare Google, il documento è in ogni caso a questo punto un elemento centrale nella vicenda poichè descrive, quantomeno, la premeditazione. Il brevetto è stato infatti depositato presso l’USPTO per proteggere la «Wireless network-based location approximation», ossia una serie di tecnologie e metodi utili ad identificare sul territorio una rete associando i dati ottenuti da particolari antenne di ricezione. Il brevetto è entrato a far parte ora della documentazione con cui una denuncia depositata presso la Corte di Portland (Oregon) sta cercando di ottenere corposi risarcimenti da Google per quanto posto in essere con le Google Car di Google Street View.

Un rapido excursus: prima la denuncia delle autorità tedesche, poi l’ammissione di aver archiviato porzioni di dati intercettati con le Google Car dalle reti Wifi aperte incrociate sul passaggio (600GB i dati complessivamente raccolti dal servizio durante l’intero percorso delle Google Car nel mondo). Google non ammette però la colpa e spiega che la raccolta dei dati sia stata compiuta per errore. Eric Schmidt è sceso in campo direttamente ed ha sbandierato la trasparenza del gruppo alla ricerca di una sorta di perdono morale (una sanzione è invece difficile da dribblare, ma non preoccupa). Poi il brevetto, un jolly che i legali dalla parte dell’accusa probabilmente non speravano di poter avere a disposizione.

Il documento descrive un processo di calcolo con cui arrivare, tramite il confronto di più misurazioni, alla posizione approssimativa sul territorio del router intercettato. Tale misurazione è possibile grazie ad una stima effettuata sui dati prelevati, una sorta di riscontro “stereo” dal quale ottenere una stima attendibile sulla posizione della fonte emittente. Le reti aperte, insomma, diventano veri e propri punti di riferimento sul territorio, qualcosa su cui Google può probabilmente far leva per perfezionare le proprie tecnologie per la geolocalizzazione, per la fornitura di inserzioni pubblicitarie ad hoc e per il miglioramento delle ricerche in mobilità.

Immagine descrittiva allegata al brevetto Google

Immagine descrittiva allegata al brevetto Google

Chi non riteneva plausibile la scusante dell'”errore” ha ora un buon argomento a proprio favore. In sede di giudizio occorrerà però dimostrare un nesso probante tra il documento dell’USPTO (depositato il 14/10/2009) e la tecnologia utilizzata sulle Google Car. Nel frattempo Google promette di consegnare i dati ai Garanti per la Privacy con tanto di spiegazioni sull’accaduto, un passo necessario per dimostrare la buona volontà dell’azienda e la disponibilità a collaborare per mettere immediatamente in chiaro quanto accaduto.

Quel che il brevetto non dimostra, infatti, è la volontà specifica di utilizzare i dati archiviati al fine ultimo di violare la privacy dei cittadini intercettati. Si configura insomma un quadro della situazione tale per cui l’azione illecita (lo sniffing dei dati) non è identificabile in un fine vero e proprio, ma in un mezzo. Il furto dei dati e la violazione della privacy, insomma, potrebbero essere lo strumento usato per migliorare i servizi del gruppo. Tutti i tasselli sarebbero a posto e la colpa di Google sarebbe più che altro identificabile nel fatto di aver archiviato le informazioni usate per le valutazioni poste in essere.

Se questo teorema fosse confermato, sarebbe tradita la versione per cui è stato tutto un errore, ma non sarebbe tradita la fiducia degli utenti. Il che, a questo punto, sarebbe per Google già un gran successo.

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