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Newspass o mai più

Metti Google Checkout su Google News ed otterrai Google Newspass, il sistema - rivelato da Repubblica e ancora non confermato - per la distribuzione di news a pagamento. Può arrivare proprio da Google il sistema tanto desiderato da Rupert Murdoch?

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Murdoch, De Benedetti e buona parte dell’editoria tradizionale lo strillano a gran voce da tempo: i contenuti portati sul web non possono più essere concessi a titolo gratuito e la pubblicità dovrà soltanto servire a sostenere gli introiti derivanti da vendite ed abbonamenti. Sembra essere questa una realtà ineludibile: un giornalismo povero è un giornalismo debole, ed un giornalismo debole non è un servizio all’utenza ma una sorta di truffa intellettuale. I grandi editori, non certo immuni da colpe, hanno visto i loro bilanci affondare poco alla volta ed ora, quando ormai il comparto sembra essere agli sgoccioli (sostenuto in Italia dai discussi contributi statali) una luce si è accesa in fondo al tunnel: si chiama “Newspass” e proviene da Mountain View.

La posizione di Google è attendista, senza conferma alcuna nello specifico ma con chiare dichiarazioni di intenti: «Abbiamo più volte affermato che stiamo discutendo con gli editori di possibili modalità di collaborazione, inclusa quella di aiutarli con tecnologie che rendano possibili eventuali servizi di pagamento delle notizie che gli editori stessi siano interessati a costruire. Il nostro obiettivo è, come per qualsiasi prodotto Google, quello di rispondere alle esigenze di una audience di editori globale la più ampia possibile. Al momento, tuttavia, non abbiamo nulla da annunciare».

Attenzione, però. Il fulcro della questione non è tanto nel “se”, ma nel “come”. Il fatto che l’informazione online possa aprirsi alle formule di pagamento è una realtà tanto scontata quanto ineludibile, e peraltro logica. Quel che però era mancato fino ad ora era un sistema valido ed efficace, uno strumento ben progettato che potesse davvero trasformare gli utenti in clienti con la possibilità di monetizzare i contenuti di qualità o i brand di maggior affidabilità. L’accesso a pagamento è infatti un investimento vero e proprio, da conquistarsi nel tempo e con il lavoro. Ma in un mercato pieno di fonti gratuite, la correlazione tra meritocrazia e monetizzazione è meno lineare di quanto si possa immaginare. Ed è in questo passaggio che l’intera questione si complica.

Non è un caso se la notizia sia venuta fuori proprio da Repubblica. Il sito è infatti la fonte di informazione più seguita sulla rete italiana e rappresenta quindi al tempo stesso tanto l’emblema primo del cartaceo, quanto il vessillo dell’editoria tradizionale che sperimenta le proprie strutture online. La Repubblica ha annuciato Newspass con tanto di dettagli e, anche in assenza di ufficializzazioni da Google, il quadro sembra chiaro: Google News come aggregatore e motore di ricerca, Google Checkout come sistema per le transazioni, Google Account come univoca procedura di single sign-in per l’autenticazione e la fruizione dei contenuti. Quel che non è chiaro il ruolo che il passaporto “Newspass” avrà: se come abbonamento onnicomprensivo per più editori (con Google in veste di redistributore meritocratico degli introiti), come carta prepagata, come organizzatore delle transazioni per gli abbonamento o come gestore di pay-per-click. Ogni formula ha specificità proprie e di grande importanza tanto per valutare il possibile successo dell’editore, tanto per capire il reale ruolo di Google nell’intero ecosistema che va formandosi.

Google Newspass si presenta insomma un marketplace di contenuti con Google che si pone da tramite per consentire ai lettori di incontrare gli editori e viceversa, permettendo uno scambio che si fa lucro e trattenendo una piccola parte di ogni transazione per rendere remunerativa la propria posizione ed il proprio servizio. Dopo i vari esperimenti intrapresi sul campo da vari editori, ed in presenza di un brand come Google ad impegnarsi sul campo, l’esperimento Newspass sembra ora preannunciarsi come uno snodo cruciale, un’ultima spiaggia per arrivare ad un compromesso tra due filosofie di pensiero fino ad oggi antitetiche.

L’importanza di essere nel mezzo

C’era una volta l’edicola. L’edicolante sorridente, i titoli sulle locandine, l’uscita di casa per far proprio il giornale. Con la caduta di questo secolare sistema, vien meno l’organizzazione dei ruoli e sono in molti a desiderare la posizione dell’edicolante.

Sotto mano, in Italia, abbiamo due nomi su tutti. Il primo è 3 Italia, gruppo che da qualche mese richiede 9 centesimi di euro a pagina per autorizzare l’accesso a siti quali Repubblica.it, Corriere.it o Gazzetta.it. Ci ha provato quindi per primo il carrier: chiudendo una porta e consegnando la chiave a pagamento, 3 Italia ha cercato di condividere con gli editori il lucro derivante. Non vi sono dati sull’esperimento, ma proprio per questo motivo sussiste il dubbio per cui il successo non stia in questa idea che, peraltro, sembra poter prendere forma soltanto in mobilità, soltanto sullo specifico carrier, e non risolvendo quindi una questione sommariamente ben più complessa. e se ancora vi fosse qualche dubbio, da bocciare in toto è anche la richiesta proveniente da De Benedetti prima e dalla FIEG poi: pensare ad una “tassa” sulle connessioni per devolverne l’ammontare ai produttori di contenuti informativi è qualcosa di poco equo, poco logico, poco gestibile e per nulla ipotizzabile.

La grande promessa degli ultimi tempi è invece l’iPad. Apple ha provato a proporre il proprio tablet come la soluzione ideale proprio per gli editori, creando una interfaccia di facile consultazione e prevedendo anche un sistema di advertising proprietario con il quale garantire introiti interessanti ai partner. Anche qui c’è Repubblica: una apposita applicazione ha portato il giornale a sperimentare i “tap” dell’iPad fin dalla prima ora, avviando così l’ennesimo test che dimostra sì impegno, ma anche la mancanza di una reale strategia.

Ed arriva ora Newspass. Nel mezzo, infatti, ci sono il carrier e l’hardware, ma c’è anche il motore di ricerca. Google tenta quindi di trovare una rendita di posizione mettendo a frutto il proprio brand e generando lucro dalla popolarità di Google News come hub di informazione: qui ci sono gli utenti, qui ci saranno gli editori a pagamento, qui avverrà lo scambio su pubblica piazza.

3 Italia, iPad, Newspass: ecco perchè non è un caso se la notizia arriva proprio da Repubblica. Ed ecco perchè non è un caso se ci si affida alla lucida analisi di Vittorio Zambardino per chiudere questa breve disamina: «Per i giornalisti direi che l’illusione è durata poche settimane. Quelle del lancio di iPad. Google colpisce proprio dove fa più male: impone il suo modello di lettura frammentario e basata sulla web serendipity e sulla titolarità delle scelte di lettura che per questo pubblico è passata nelle mani di chi sceglie, non di chi impagina». Google, insomma, avrà buon gioco a sbattere in faccia ad Apple un sistema aperto ed in faccia a 3 Italia la Net Neutrality. Nella filosofia Google soltanto la logica del servizio può essere accettata. Ma la filosofia Google è, nei fatti, quella vincente, quella che ha portato il gruppo dove è oggi, e quindi la scommessa degli editori su Newspass potrebbe essere ben più forte di quanto non avvenuto in passato.

E poi c’è l’advertising

Ora: dove andranno gli editori? Presumibilmente ovunque. Nel breve periodo è facile immaginarsi un mercato sufficientemente caleidoscopico e differenziato, con carrier e produttori a creare i propri piccoli orticelli di contenuti esclusivi a pagamento. L’utenza capace imparerà però presto le giuste malizie per dribblare tutto ciò che costa per cercare altrove la maggior soddisfazione ai propri desideri di informazione. Ma lo spostamento delle folle sarà una dinamica di enorme importanza anche perchè va ad incidere sulla seconda grande forma di introito dell’editoria online (la prima, oggi, in ordine di importanza): l’advertising.

C’è advertising dove c’è utenza. C’è advertising dove ci sono i grandi numeri. Può un giornale rinunciare al pubblico di massa ed accontentarsi di pochi abbonamenti per risolvere i problemi di bilancio? Possono le formule in abbonamento sostituire gli attuali introiti derivanti da banner, pop-up ed annunci? No, oggi non è possibile e per il domani non v’è certezza. Ecco perchè tanta circospezione da parte degli editori, ecco perchè tanti test da parte dell’editore de La Repubblica.

Google, anche in questo frangente, dimostra di saper tenere bene i piedi in due scarpe. Se Newspass si imponesse, infatti, Google avrebbe in mano le sorti di gran parte dell’editoria tanto in un senso quanto nell’altro: tanto in virtù della gestione degli abbonamenti, quanto in relazione al ruolo che AdSense mantiene nel settore. Con Google News posizionato al centro del sistema, tutto ciò è facile, remunerativo ed intelligente. Per la concorrenza di Google v’è una sola possibilità: deviare i flussi, soverchiare il sistema, sostituire Google News. Perchè posizionarsi al centro, ora come ora, significa controllare tutto il resto. Ed una volta che iTunes si è imposto, nessuno ha più saputo scalzarne la poltrona di leader.

E l’utenza?

Convincere l’utenza ad acquistare i contenuti non sarà semplice. Il lavoro tecnico è in tal senso ben più facile, poichè implica semplicemente la creazione di un sistema funzionante e funzionale. Cambiare un atteggiamento culturale, invece, implica un lavoro ai fianchi ben più lungo e sul quale, c’è da scommetterci, investiranno in molti fin dai prossimi mesi.

L’utente medio di oggi non sarebbe mai disposto a pagare l’informazione poichè la considera in generale scarsamente qualitativa e, di conseguenza, facilmente sostituibile con altre fonti gratuite. Il valore dell’informazione è sceso al punto per cui, quindi, l’utente non intende oggi pagare poiché considera più preziosa la moneta necessaria che non l’accesso ad informazioni da cui non si trae vera utilità.

Secondo Rupert Murdoch dovrà essere questa una battaglia che i grandi editori dovranno combattere tutti assieme: se tutti i grandi nomi del giornalismo spariranno da Google News, l’utenza dovrà scegliere tra informazione di qualità ed informazione di quantità. La prima sarà a pagamento, la seconda sarà gratuita e supportata dal “pay-per-click” e dagli aggregatori dedicati. La battaglia di Murdoch ha acceso il vespaio ed ora Google sta tentando di proporsi come alleato (per la serie: quando non puoi sconfiggerli, fatteli amici). Una guerra tra Google ed editori sarebbe deleteria ed entrambi possono invece avere comuni interessi: l’informazione a pagamento potrebbe nascere qui, qualunque possa essere la pubblica opinione in merito.

Come convincere gli utenti? Gli argomenti ci sono. L’informazione ben retribuita è una informazione che non dipende dal potere, e quindi libera. L’informazione ben retribuita è indagine e non soltanto ridondanza. L’informazione ben retribuita è lavoro, fatica, ricerca e originalità, non soltanto copia/incolla farlocchi e non verificati. Non servirà molto per polarizzare la massa in due parti, portando sulle fonti a pagamento almeno la parte di utenza pronta ad abbracciare questi valori e predisponendosi ad un investimento di qualche euro mensile pur di accedere alle fonti preferite. Sarà un lavoro quotidiano, continuo, una goccia dopo l’altra. Si tratta quindi di convincere gli utenti della bontà del nuovo sistema e della maggior qualità relativa (riuscendo poi a confermare nei fatti tutte le promesse offerte al di qua del paywall).

Cosa resterà dell’editoria tradizionale?

Ma il tutto non può che terminare con un punto interrogativo. Se l’editoria sta spostandosi online e se le formule a pagamento (su Newspass, su iPad o su qualsiasi altro sistema) si moltiplicano trovando comune soddisfazione tra utenti ed editori, cosa resterà dell’editoria tradizionale? Siamo probabilmente di fronte ad una delle rivoluzioni più grandi del settore dall’invenzione della stampa in poi. Per la prima volta, dopo due secoli di relativa stabilità, il comparto sta trovando una nuova forma di espressione, lasciando la carta alle generazioni mentalmente lontane dall’accettazione del bit al posto dell’inchiostro. E sottovalutare tutto ciò sarebbe cosa sciocca, perchè la storia insegna che il modo e la qualità di accesso alle informazioni è sempre stato uno dei parametri fondamentali nella crescita, nello sviluppo e nella prosperità delle civiltà.

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