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Cartello sugli LCD: Samsung, Sharp e altri multati

Samsung, Sharp, Hitachi e altri produttori multati per aver manipolato l'industria degli LCD, gonfiando i costi degli stessi a sfavorendo i competitor.

Samsung 3D TV

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Un vero e proprio cartello allestito da alcuni dei principali produttori di pannelli LCD al fine di mantenere alti i prezzi, sfavorire la concorrenza e incrementare i propri introiti: è questo quanto emerge dal processo che vede imputati colossi del calibro di Samsung, Sharp e altri cinque gruppi operanti nel medesimo settore. I sette nomi coinvolti nella vicenda dovranno pagare una cifra diversa a seconda delle responsabilità attribuite dai giudici, per un totale di 553 milioni di dollari.

Il periodo di riferimento è quello tra il 1999 e il 2006, durante il quale le sette società incriminate hanno gonfiato i costi ben al di sopra del normale per mantenere alta l’asticella dei prezzi di vendita al dettagli non solo di apparecchi televisivi, ma anche di altri dispositivi dotati di pannelli LCD (schermi per computer desktop e notebook). L’accusa è stata confermata dalle stesse società coinvolte, le quali hanno dunque confessato le proprie colpe e individuato di comune accordo con le autorità le cifre da versare.

Nello specifico, Samsung dovrà versare qualcosa come 240 milioni di dollari in seguito alla decisione da parte dei giudici delle responsabilità del gruppo sudcoreano nella vicenda. Sul secondo gradino del podio si colloca Sharp con 115 milioni di dollari, mentre la medaglia di bronzo spetta alla taiwanese Chimei Innolux Corp con 110 milioni. Gli altri nomi coinvolti sono quelli di Hitachi Display, HannStar Mostra Corp, Chunghwa Picture Tubes ed Epson Imaging device Corp.

«Questo schema ha manipolato l’intera industria sfavorendo coloro che hanno agito secondo le regole e obbligato i consumatori a pagare prezzi più elevati per televisori, computer e altri dispositivi elettronici» ha dichiarato Eric Schneiderman, procuratore generale del distretto di New York. L’ammenda nei confronti delle aziende in questione non è inoltre la prima della storia, ma semplicemente la versione in chiave statunitense di un’accusa che coinvolge anche l’Europa, ove gli enti hanno già comminato una multa complessiva da oltre 600 milioni di euro, e il Giappone.

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