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Google sconfitta: non avrà il dominio oogle.com

Google non riesce a strappare il dominio oogle.com ad un utente che lo ha registrato nel lontano 1999.

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La storia dice che nel possesso dei domini più importanti è spesso la forza dei contendenti ad indicare chi possa avere la meglio e poter così detenere in proprietà il dominio stesso. Non sempre è però così e, soprattutto quando il dolo di una registrazione dubbia non può essere dimostrato, l’esito di una sentenza può andare in senso contrario. Così è successo per il dominio oogle.com, che Google non potrà far proprio in funzione di una decisione che Mountain View non può che raccogliere con sommo disappunto.

Oogle.com è un sito di per sé vuoto che sulla propria homepage contiene solo e soltanto un semplice logo rosa su sfondo nero. L’assonanza con “google” è evidente ed in virtù di tale elemento Google sperava di poter dimostrare il fatto che la registrazione fosse avvenuta con finalità strumentali ad approfittare delle opportunità che sarebbero emerse dalla semplice digitazione errata della homepage più importante e visitata al mondo. Dicesi, per definizione, “typosquatting“. Tuttavia alcuni elementi hanno spinto la giuria a credere nel legittimo proprietario, lasciando così invariata la situazione.

Oogle.com è oggi in mano a Christopher Neuman, fondatore della compagnia Blue Arctic: la registrazione è avvenuta nel 1999, dichiaratamente per fare un favore ad un amico. Ai tempi Google era una promessa nascente che conoscevano in pochi ed in effetti suona difficile pensare ad un dominio acquistato per assonanza con un brand che nessuno ancora apprezzava. Google ha così tentato di dimostrare come Neuman abbia tentato di vendere il dominio anni dopo per la cifra di 600 mila dollari: lo stesso Neuman non ha negato tale addebito, ma ha ricordato come non sia certo un reato mettere in vendita un dominio di proprietà.

oogle.com

oogle.com

Il National Arbitration Forum ha così deciso che, sebbene la situazione non convinca, non ci sono gli estremi per sottrarre a Neuman il suo dominio poiché ai tempi dell’acquisto il gruppo di Mountain View non deteneva ancora il trademark che oggi vorrebbe difendere nella causa avviata.

Google perde quindi la causa, ma non perde la “G” che distingue un sito vuoto ed insignificante da un sito che raccoglie miliardi di euro dalle ricerche degli utenti di tutto il mondo. Se non fosse per una questione di principio, la vicenda si sarebbe probabilmente chiusa in sede extragiudiziale con un assegno, ma Google vuol evidentemente dimostrare che non andrà all’inseguimento di chi ne attenta il brand con tecniche di questo tipo.

E magari con l’arrivo dei domini .google anche questa questione diventerà un semplice capitolo di un passato nel quale i .com erano il riferimento standard per il Web internazionale.

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