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Alcuni servizi di Google bloccati in Russia

Dopo Telegram tocca ai servizi di Google: l'ente russo Roskomnadzor blocca l'accesso a piattaforme e funzionalità di bigG, come confermato dal gruppo.

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Poco dopo aver festeggiato il traguardo dei 200 milioni di utenti mensili, Telegram ha visto il proprio servizio bloccato in Russia. Questo perché la società si è rifiutata di concedere al governo le chiavi crittografiche necessarie per leggere le conversazioni tra gli utenti. Una vicenda che arriva ora a interessare anche Google.

Si moltiplicano le segnalazioni di utenti impossibilitati ad accedere al motore di ricerca, alla casella di post Gmail e alla visualizzazione delle notifiche push da parte della applicazioni installate sugli smartphone Android. Questo mentre il Roskomnadzor, l’ente federale che vigila sulla grande Rete, ha confermato il blocco di circa 19 milioni di indirizzi IP relativi proprio alle piattaforme di Google e a servizi offerti da realtà di terze parti basati sulle soluzioni cloud di bigG e Amazon. Misure che stanno avendo conseguenze anche sull’accesso a Twitch e Spotify. Questa la breve dichiarazione rilasciata da un portavoce dell’azienda californiana alla redazione del sito TechCrunch.

Siamo a conoscenza di report secondo i quali alcuni utenti in Russia non sono in grado di accedere a diversi prodotti Google e stiamo investigando la questione.

Parecchi utenti si rivolgono a proxy o VPN per aggirare i blocchi imposti dal governo russo. Nel caso di Telegram, in pochi giorni lo hanno fatto circa due milioni di iscritti al servizio. Sono molti, ma una piccola percentuale dei circa 14 milioni di iscritti alla piattaforma. Secondo Pavel Durov, CEO e fondatore, il ban non potrà durare ancora per molto, anche in vista dei mondiali di calcio ormai alle porte: una vicenda di questo tipo potrebbe gettare il paese in una cattiva luce agli occhi del pubblico di tutto il pianeta. Sua l’idea di proporre una forma di protesta pacifica, al fine di sensibilizzare sul tema, una simbolica pioggia di aeroplanini di carta, simbolo dell’applicazione.

Fonte: TechCrunch