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Il mondo prima di Facebook

Prima di Facebook c'era Tom: sì, l'amico di tutti su MySpace. Un breve excursus sui social network prima dell'arrivo in scena di Mark Zuckerberg.

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Chissà dove è finito Tom. Sì, il creatore di MySpace, l’amico che tutti si sono trovati di default all’apertura di un nuovo account e che spesso e volentieri è stato vittima sacrificale degni scherni degli utenti. La buona novella è che Tom Anderson, il creatore del primo social network di massa, non ha bisogno dell’intervento di Federica Sciarelli e della squadra di “Chi l’ha visto”: è vivo e vegeto, collabora con la società RocketFrog – applicazioni Facebook, ironia vuole – e in tasca ha quella buonuscita milionaria dalla vendita del suo tanto frequentato portale. La brutta notizia è che l’imprenditore, 43 anni lo scorso novembre, non è stato sufficientemente lungimirante nel cavalcare quel che sarebbe diventata una vera e propria mania dell’uomo del futuro.

Come sarebbe stato l’universo della comunicazione se ci fosse stato Anderson al posto di Mark Zuckerberg? Anzi, come sarebbe il mondo senza Facebook? Eppure per tanti anni siamo sopravvissuti alla sua assenza.

Il mondo prima di Facebook

Potrà sembrare strano ai nativi digitali, ma prima della metà degli anni 2000 di social network non vi è stata manco l’ombra. Il mezzo di comunicazione personale più diffuso rimaneva la mail e, qualora si fosse sentito il desiderio di imbarcarsi in discussioni pubbliche, ci si lanciava nei lunghi dibattiti sui forum. Sono stati forse loro i prototipi dei social network, dei piccoli ecosistemi – tutt’oggi attivi – di relazioni proficue e anche isterie, dove il ruolo del moderatore corrispondeva a quel che oggi sono i TOS di Facebook.

Gli instant messenger hanno risposto in seguito alla necessità di una maggior immediatezza, offrendo una presenza sincrona e calamitando attorno ad una “buddy list” le prime community composte da amici: era il caso di ICQ prima e di Windows Messenger poi, entrambi caduti nel tempo sotto i colpi di un social networking sempre più invadente e onnivoro. Mentre Facebook vedeva i natali, una cosa era però ormai chiara: i social network sarebbero stati l’Eldorado degli anni a venire. Qualche big ci stava già anche provando: Yahoo!360 era un cantiere aperto, Orkut muoveva i primi passi (sarebbe stato acquisito in seguito da Google), ma le masse non avevano ancora sposato l’idea.

In realtà la storia del web social ha radici ben più profonde, addirittura in un servizio nato nel 1997: SixDegrees.com. Il sito, sulla base dell’assunto che fra gli individui della Terra vi siano solo sei gradi di separazione, cercava di mettere in contatto gli utenti superando i legami canonici delle relazioni reali. È stato poi il turno di MakeOutClub.com nel 1999 che, a dispetto del nome che lascerebbe intendere a un sito d’incontri per appassionati del bacio alla francese, si proponeva come una community per unire persone in base a interessi, opinioni politiche, gusti musicali e altro ancora. I siti d’incontri non sono però stati citati a caso. Sebbene gli scopi siano sempre stati ben più triviali, sono perfetti prototipi del social: un profilo, i messaggi privati, le notifiche, gli eventi. Sarà nata proprio da un amore su Match.com, dal 1995, l’idea di Zuckerberg?

Friendster: il primo vero social network

Logo friendster

Logo friendster

La prima manifestazione dei social network come oggi li conosciamo arriva nel 2002, quando è stato lanciato Friendster. Progettato dallo sviluppatore Jonathan Abrams in quel di Mountain View, lo scopo dichiarato era quello di far incontrare persone in un ambiente sicuro, tramite la condivisione di profili, la comunicazione privata fra persone conosciute nel reale, la costruzione di una rete umana di individui dietro una tastiera. Superata la fase beta nel marzo del 2003, raggiunse in poco tempo i 3 milioni di utenti e si guadagnò una certa fama sulla stampa, tanto da solleticare anche il Time. E l’esperimento sociale è tutt’ora attivo, seppur profondamente cambiato rispetto al passato, con ben 90 milioni di utenti iscritti.

Myspace: il social network è di massa

Tom di Myspace

Tom di MySpace

È nel 2003 che il mitico Tom, quel ragazzotto seduto di spalle alla scrivania che tutti si sono ritrovati fra gli amici, decide di dar vita a MySpace. Nato come una sorta di clone-rivale proprio di Friendster, MySpace è stato il primissimo social network di massa, la prima piattaforma dall’hype internazionale, il primo social che fece gridare gli investitori al miracolo. Giunto tra il 2005 e il 2006 ai 20 milioni di utenti – oggi ve ne sono registrati 50 milioni, quanti effettivamente attivi non è dato sapere – il social network si è sempre caratterizzato per un’impronta promozionale, decisamente orientata alla musica. Su MySpace qualsiasi artista avrebbe potuto registrarsi e pubblicare al volo i propri MP3. E non si può dire che la piattaforma non abbia fatto da talent scout per popstar tutt’oggi sulla cresta dell’onda, tra cui Lily Allen, Mika, Adele, gli Arctic Monkeys, i Cansei De Ser Sexy e molti altri ancora. L’impronta musicale è stata però croce e delizia, ovvero principale feature ma anche determinante limitazione.

Vecchio Myspace di Lily Allen

Vecchio Myspace di Lily Allen (immagine: Joining Dots).

L’interazione fra gli utenti su MySpace è sempre stata un po’ macchinosa: ci si aggiungeva fra gli amici, ma per parlarsi era necessario saltellare da un profilo all’altro. Sì: per replicare a un messaggio di un interlocutore non si rispondeva direttamente sul proprio wall, bisognava recarsi sulla bacheca altrui e pubblicare un intervento. Una comunicazione per forza di cose frammentaria, dove fin troppo facile era perdere il filo e che fu uno dei motivi principali della caduta all’apparizione di Facebook. Sì, perché non appena gli utenti si accorsero come su Facebook le conversazioni fossero in ordine cronologico – e perfettamente comprensibili anche a distanza di tempo – l’emigrazione fu immediata. E nonostante MySpace avesse già iniziato a proporre delle sorprese interessanti – come i SecretConcert, dei live segreti di band di culto svelati all’ultimo minuto – ben poco si è potuto fare per evitarne il declino.

Nemmeno l’acquisizione da parte di News Corp di Rupert Murdock, la trasformazione del logo in “My_____” per allargare gli orizzonti oltre la musica, l’entrata in campo di personaggi come Justin Timberlake, sono mai riusciti a risollevarne le sorti. E sebbene la piattaforma sia tutt’ora attiva, colorata e ricca di prodotti multimediali, pare che per la gran parte si tratti di profili zombie, dimenticati dagli utenti a sonnecchiare su un server. Compreso quello di Tom, ex-fondatore defenestrato a suon di milioni per lasciare nelle mani di Murdock una avventura non andata certo a buon fine.

Voi i like, noi si twitta

Twitter nel 2006

Twitter nel 2006 (immagine: Ginva).

È nato dopo Facebook, nel 2006, ma l’evoluzione è stata contemporanea e non citarlo non sarebbe lecito. Si sta ovviamente parlando di Twitter, il social del cinguettio per gli utenti che non han bisogno di perdersi in troppe parole. Nasce con un solo obiettivo: quello di agevolare una comunicazione fast, da SMS, concentrata in 140 caratteri. È un modo forse improprio di fare social, sebbene un social network lo sia nel DNA, piuttosto è una realtà di microblogging così come gli esperti l’hanno ribattezzato. Voluto da Jack Dorsey, ex dipendente Odeo e attuale presidente della società miliardaria, la piattaforma ha raggiunto la popolarità proprio in contrapposizione con Facebook. Due filosofie diverse, due storie diverse, due evoluzioni parallele: una dicotomia destinata a perdurare ed a maturare ulteriormente un dualismo che tende a rendere bipolare l’approccio odierno al social networking (in attesa di Google+, la grande promessa, e senza dimenticare la realtà parallela di LinkedIn).

Mentre dalle parti di Zuckerberg si parlava principalmente con persone conosciute nel reale – gruppi e pagine arrivarono solo successivamente – su Twitter ci si apriva al mondo. Su Twitter non si parla con gli amici, ma si interagisce con i “follower”, coloro che vogliono tenersi aggiornati con le nostre notizie. E proprio così è diventato ben presto un canale informativo, grazie anche agli hashtag e i loro flussi macrotematici, che la stampa ha ben saputo cavalcare per spargere notizie con il contagocce. Non solo informazione, ma anche tanta e salutare caciara: il cinguettio a suon di hashtag è a oggi la modalità di comunicazione più gettonata dalle celebrity, soprattutto a stelle e strisce, più attive su Twitter che non sul ben più popolato Facebook. E fra queste c’è anche lui, il mitico Tom, tutt’altro che a disagio a cinguettar dalla (ex) concorrenza.