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Google, in arrivo nuova multa UE per AdSense

Google potrebbe dover pagare la terza maxi multa all'Unione Europea per utilizzo improprio della piattaforma pubblicitaria Google AdSense.

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Google potrebbe dover pagare una nuova, salatissima multa comminata dall’Unione Europea. Questa volta ad aver fatto “arrabbiare” l’UE un utilizzo improprio della piattaforma pubblicitaria Google AdSense.

Si tratta della terza maxi sanzione negli ultimi due anni da parte dell’UE al colosso di Mountain View dopo i casi di abuso di posizione dominante prima con Google Shopping e poi con Android, a causa dei quali bigG fu obbligata a sborsare rispettivamente 2,4 e 4,3 miliardi di euro.

Anche in questo caso, stando almeno a quanto scrive Bloomberg, il colosso di Mountian View sarebbe costretto a pagare ancora una cifra monstre, simile (ma non superiore) a quelle di cui sopra. Questa volta nella lente dell’Antitrust europeo è finito il servizio pubblicitario Google Adsense, che a detta dell’UE sarebbe stato utilizzato in modo in proprio da bigG danneggiando di conseguenza le società rivali nel campo dell’advertising.

Nello specifico, a far drizzare le antenne all’UE – già nel 2016 – il fatto che Google obbligasse i suoi partner (come retailer, società di telecomunicazioni e giornali) ad un tipo di accordo esclusivo, il che escludeva quindi la possibilità a questi ultimi di rivolgersi alla concorrenza. Il risultato è che la presenza di banner diversi da quelli di Google AdSense era praticamente ostacolata.

Che Google abbia una sorta di monopolio sulle ricerche online è ormai un dato di fatto, ma effettivamente negli anni Google ha sempre fatto attenzione ad adeguare la sua piattaforma AdSense alle norme antitrust fissate dall’Unione Europea.

Va altresì sottolineato che, sebbene la quota di mercato europea in termini di pubblicità sia superiore all’80% per Google AdSense, già dal 2015 AdSense rappresenta solo il 20% degli introiti pubblicitari dell’azienda californiana. Una percentuale che tra l’altro sta calando costantemente già dal 2010.

Fonte: Bloomberg • Immagine: pxhere