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Equo compenso: chi ha ragione?

La tassa sui dispositivi per la copia privata è ormai realtà, anche se non mancano proteste e ricorsi. Ma chi ha ragione? Forse bisogna parlare al passato.

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Firmato il decreto Franceschini in un blitz estivo durante la partita del mondiale, l’equo compenso per copia privata è una realtà. Si partisse da questo dato di fatto si sarebbe tentati dal non parlarne più, attendendo i 12 mesi di osservazione assicurati dal ministro della Cultura prima di eventuali correzioni (sempre possibili) al nuovo tariffario sui dispositivi dotati di memoria fisica. Ma la cronaca incalza, le proteste non accennano a diminuire, Altroconsumo raccoglie firme per una petizione e tenterà il ricorso al Tar. Potrebbe anche non essere l’unico.

Del meccanismo e della logica dell’equo compenso si è già detto tutto, essendo argomento sospeso per cinque anni dopo l’ultimo decreto Bondi, il primo ad aver recepito appieno la direttiva europea del 2001, dopo la fase transitoria partita nel marzo 2003. Dal 2009 ad oggi si sono espressi praticamente tutti i commentatori, i politici, le associazioni di categoria, i consumatori, gli autori, gli editori. L’unico risultato certo di tutto questo fiume di parole è che il contributo imposto ai produttori di device come smartphone, tablet, pen drive, porterà nelle casse della società degli autori ben 160 milioni di euro, con un aumento di 60 milioni rispetto alla tabella precedente. Denaro che non è neppure possibile definire (tassa? contributo non volontario? compensazione?) senza incorrere nel dubbio giuridico di un provvedimento che non ha mai conosciuto la pace e che probabilmente è nato antiquato.

Il ricorso di Altroconsumo

Mentre impazzano le polemiche e dai due fronti arrivano strali pesanti – basta leggere la lettera di Gaetano Blandini sul FattoQuotidiano che prende di mira l’avvocato Guido Scorza – l’associazione dei consumatori Altroconsumo ha annunciato il ricorso al Tar del Lazio (ma il passato insegna che ci sono poche speranze) invitando a firmare la petizione dove si chiede di annullarla. Le ragioni dell’associazione:

Qual è il motivo di questa tassa? Risarcire la Siae (e gli autori e gli editori che rappresenta) per i “mancati introiti” derivanti dalle copie private di canzoni, film e quant’altro coperto da diritto d’autore. Copie private che vengono in genere conservate nelle memorie di massa (hard disk, chiavette, cd vergini…) e in tutti i dispositivi in grado di immagazzinare dati: da qui l’idea di tassare questi dispositivi. Si chiama “equo compenso” e si tratta di soldi che la Siae dovrebbe ridistribuire ad autori ed editori.
Il meccanismo dell’equo compenso per copia privata è obsoleto e ingiusto: i consumatori che acquistano musica e film legalmente da piattaforme online, pagano infatti già a monte i diritti d’autore per poterne fruire (e fare copie) su un certo numero di supporti: è dunque profondamente ingiusto che debbano pagare una tassa anche sui supporti, trovandosi così a pagare due volte.

La SIAE: perché è riscossore?

La SIAE, sempre la SIAE. È lei protagonista di questa vicenda, l’ente che dietro le quinte ha tessuto le fila di questo provvedimento. La ragione è che la ratio della direttiva europea è stata interpreta, come capita spesso in Italia, secondo la mentalità e gli interessi di questo paese. Invece di fare una legge a tutela esclusiva degli autori si è passati per il carrozzone della SIAE, nella doppia veste di riscossore e distributore dei profitti della tassa. L’effetto è che la legge orienta verso i meri titolari dei diritti allo sfruttamento economico delle opere dell’ingegno, restringendo l’area dei diritti del consumatore e non dando garanzie, ma solo impegni generici sulla distribuzione di questo flusso di denaro, che molti denunciano essere destinato perlopiù al funzionamento della macchina stessa e agli autori più famosi.

Il confronto con gli altri paesi

Si è molto discusso del confronto con Francia e Germania fatto dal ministero italiano per giustificare l’intervento correttivo all’insù. In realtà, si rischia di mettere a confronto cose diverse. Non solo è un po’ truffaldino utilizzare i dati degli unici due paesi europei che hanno una disciplina più gravosa di quella italiana – l’Italia però è stato il primo grande stato membro a dotarsene: gli altri paesi hanno impiegato molto più tempo e hanno spesso messo in campo diverse azioni correttive, ad esempio l’eccezione francese per i device aziendali – ma non si dovrebbero paragonare economie e fiscalità così diverse, soprattutto quella tedesca. Se l’equo compenso su ogni singolo dispositivo è di poco più alto che in Italia ma l’imposta sul valore aggiunto, che da noi è al 23%, in Germania è 4 punti di meno, si capisce meglio come questi fattori pesino insieme nell’acquisto dell’oggetto e nello sviluppo di questo mercato.

E se la discussione fosse giusta ma obsoleta?

La sensazione è che davvero i protagonisti di questa vicenda siano ancora a un’era precedente a Internet e le applicazioni in mobilità. Costruire una norma che arriva a determinare un compenso indipendentemente dalla circostanza che il supporto venga utilizzato per la riproduzione di copie o per il salvataggio di informazioni di cui peraltro si detiene il possesso – o perché proprie oppure perché acquistate – era comprensibile nel mondo prima degli anni Duemila (infatti la direttiva europea è nata nel 2001 dopo anni di dibattito). Una norma quindi giusta se fossimo nel 1999, il modem corresse a 56K e il cd-rom vergine fosse la più comune forma di conservazione del contenuto per “autotutela tecnologica” (il film copiato per non rovinare troppo l’originale e via dicendo).

Nel mondo dello streaming e dei social, invece, questo appare ormai senza senso, anche se alcuni cercano in tutti i modi di affermare – ridicolmente – il contrario. È già stato stabilito dagli ultimi studi che l’abitudine di conservare copia dei file appartiene al 10% dei consumatori. Inoltre, è scorretto definirla compensazione per le copie piratate perché una sentenza della Corte Europea dello scorso aprile ha smentito ufficialmente questa finalità. Insomma, l’equo compenso è stato giusto, ma ha impiegato troppo tempo per attuarsi e ora è diventato terribilmente obsoleto. Peccato però che i consumatori continueranno a pagare, per abitudini e “compensazione” che non detengono più.

Fonte: Webnews • Immagine: shutterstock • Notizie su: ,