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Google Italia denunciata, è scontro sui video

Google Italia è stata formalmente inquisita per volontà di due PM italiani i quali accusano il gruppo di omesso controllo: il motore ha precise responsabilità nei confronti dei contenuti immessi dagli utenti. La rete contesta questo principio: è scontro

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Le perquisizioni e le accuse piovute su Google Italia sono state la notizia che ha scosso il weekend. Tutto è iniziato giorni prima con la pubblicazione su Google Video del filmato girato in una scuola del torinese: colpevoli puniti, vittima allontanata, video bloccato. Quando tutto sembrava essersi in qualche modo placato (pur lasciando gravi strascichi), ecco il colpo di coda che trasforma il tutto in un qualcosa destinato a sfociare in un dibattito molto serrato: le istituzioni italiane si sono scagliate contro Google e mettono in discussione il suo ruolo e le sue responsabilità specifiche nel caso.

Diffamazione aggravata“: è questa l’accusa formalizzata contro due responsabili di Google Italia. La notizia è deflagrata con grande eco in tutto il mondo in quanto viene avanzato un principio molto pericoloso per l’attività del gruppo: se Google deve rispondere per tutti i contenuti immessi sui suoi server (in quanto potenzialmente illeciti e necessitanti dunque di vaglio preventivo), l’attività di Google Video o YouTube diverrebbe all’atto pratico impossibile in quanto impossibile è pensare di attuare un’azione di filtro preventivo per ognuno dei contenuti “user generated” immessi. Le perquisizioni sono state autorizzate dai PM Francesco Cajani e Alfredo Robledo, mentre la denuncia originaria è quella dell’associazione Vivi Down che fin dall’inizio ha seguito per ovvie ragioni la vicenda da vicino.

L’accusa contro Google è quella di aver omesso una necessaria e dovuta funzione di controllo. Di primo acchito Google Italia si difende delegando ogni responsabilità a chi gestisce i server in territorio statunitense, ma è evidente come il gruppo non potrà limitare la propria difesa ad un principio tanto labile e circostanziata.

Il tutto emerge in un momento in cui politica, società e nuovi media si trovano a scontarsi su vari piani, lasciando emergere con forza le tensioni di un equilibrio ormai indissolubilmente compromesso: Internet è uno strumento che si impone nel quotidiano e non è un caso se il tutto esplode con maggior scandalo proprio in Italia, dove la progressività della transizione mediatica in corso è fino ad oggi stata soffocata da una serie di situazioni oltremodo lontane dal sistema dei nuovi strumenti informatici. Inevitabilmente la televisione diviene fin da subito la cassa di risonanza di chi vede nel web un territorio di anarchia e di pericolo ed è dunque tramite questo canale che passano le nuove rivendicazioni anti-tecnologiche che spirano soprattutto dagli ambiti istituzionali. Particolarmente indicativa, in quest’ottica, una nota proveniente dalla Margherita, secondo cui «per arginare i fenomeni che portano i giovanissimi a riprendere le proprie bravate ai danni dei più deboli per poi addirittura diffonderle via Internet, il Ministro e il Governo stanno, nel concreto, discutendo per rivedere la normativa che regolamenta l’accesso alla rete web e l’utilizzo dei videogiochi».

Le parole del Ministro per la Pubblica Istruzione Giuseppe Fioroni, in particolare, hanno acceso gli animi di quanti hanno interletto tutta la demagogia di una situazione divenuta troppo tesa per poter essere sottaciuta, con l’influente John Battelle a dedicare all’Italia un suo personale, ironico e lapalissiano «huh» riferito alle parole del nostro ministro sulla necessaria omogeneizzazione delle regole tra stampa e World Wide Web («il principio di responsabilità non può essere declinato a seconda del mezzo di trasmissione su cui viaggia un reato»).

Tocca dunque al web, per contro, raccogliere una serie di interventi di maggior equilibrio ed in grado di guardare con ottica di maggior equidistanza ai fatti. La blogosfera è in queste ore scatenata, ma a titolo riassuntivo (e con la semplice funzione dell’incipit ad una ricerca di maggior respiro) è possibile raccogliere tre spunti emergenti dall’enorme massa di commenti giunti nelle ultime ore sulla vicenda:

  • Scene Digitali (Vittorio Zambardino)
    «A chi applaude oggi bisogna ricordare che solo la Cina e pochi altri paesi impongono la censura preventiva dei contenuti internet. Piuttosto bisognerà guardare con attenzione alla proposta che il professor Stefano Rodotà espone da mesi e relativa a una carta dei diritti delle persone su internet: diritti, garanzie, doveri»
  • Stefano Quintarelli
    «Un cancan demagogico che fa del male alla diffusione delle nuove tecnologie»
  • SkyTg24 (Marco Montemagno)
    «La denuncia di Google per il caso del video di bullismo sta mettendo in evidenza, una volta di più, il preoccupante livello di “analfabetismo internetico” della classe politica italiana, della stragrande maggioranza dei giornalisti, dei nostri giudici e più in generale del nostro Paese […] Si è spostata l’attenzione da quello che è il problema, a quello che è lo strumento: Internet. Internet in questo caso c’entra veramente poco»

Non va dimenticato, infine, come il tutto giunga in un momento particolarmente delicato sotto molti punti di vista: Google France sotto accusa per un video proprietario immesso online, un motociclista viene fermato dopo aver postato le sue peripezie su Google Italia, Rule of Rose sotto accusa in Italia e videogiochi in generale nel mirino anche in altri paesi europei. Il caso odierno tira in ballo la responsabilità dei blogger sui propri spazi online, la responsabilità dei provider, la responsabilità di qualsiasi servizio per “user generated content”, il necessario adattamento di una legislazione poco consona per essere applicata alle nuove realtà della tecnologia. Non è in atto solo una guerra contro Google: in ballo c’è molto, molto di più.