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La corsa al dominio

Gli italiani alla conquista del Web? Si direbbe di sì considerando la crescita esponenziale dei nomi di dominio registrati nel 2000. Poi si scopre che la maggior parte dei nuovi indirizzi Internet sono abbandonati o non sfruttati. Guida la classifica dei più presenti in rete la categoria dei siti amatoriali o personali.

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Il 2000 verrà ricordato, molto probabilmente, come l’anno della registrazione dei domini Internet in Italia. Si è trattata di una vera esplosione: sono stati 738.000 gli indirizzi Web acquisiti nel nostro paese.

Il dato, di per sé significativo, è emerso dal rapporto annuale dell’IBI (Internet Benchmarking Italia) sullo sviluppo delle attività produttive in Rete, giunto alla quarta edizione e presentato nel corso dello Smau Comm tenutosi a Roma tra il 21 ed il 25 marzo.

Nella corsa degli italiani verso la registrazione dei 738.000 domini, più della metà: 427.000, sono quelli con il suffisso .it.. I restanti 311.000 sono divisi tra le extensions: .com, .net, .org eccÂ… Nel 2000 è stata netta l’inversione di tendenza ad accaparrarsi un dominio targato Italia rispetto a quelli internazionali. Le cifre dell’anno precedente parlano chiaro: nel 1999, il 56% dei siti registrati era .com, .net eccÂ…e quelli .it ammontavano al 44%, con un rapporto che oggi risulta invertito in maniera speculare. Non è solo l’amore patrio o l’orgoglio italico a spingere verso il .it se si considera che il dominio più richiesto da aziende non italiane (dopo il .com) è, appunto, il nostrano .it. Molto probabilmente per il significato che la parola it ha in inglese. Sicuramente, a ciò va ascritto anche il regime di liberalizzazione e la deregolamentazione delle procedure della nostra Naming Authority, come si legge nel rapporto IBI.

Al furore della registrazione non ha corrisposto quello dellarealizzazione dei siti. Sono 231.500 i siti realizzati rispetto ai 738.000 nuovi indirizzi italiani. Attraverso una campionatura degli indirizzi effettivamente sfruttati, i ricercatori dell’IBI hanno aperto 12.600 siti (il 5% del totale). Ne esce fuori un panorama di siti in prevalentemente in costruzione o abbandonati (57%, per circa un numero pari a 7.235). La percentuale più alta dei vivi e vegeti tocca ai siti amatoriali o personali che con il loro 27,2% (circa 3.428) staccano di molto quelli operativi strutturati e gestiti in maniera imprenditoriale, pari al 14% (1.799 in tutto). Il commercio elettronico in tutto questo fa la parte della cenerentola.

Il commercio online, il grande sconfitto, copre l’1,1% dei siti realizzati (in tutto 138). La causa di ciò può essere imputata alla scarsa capacità dei siti di commercio elettronico di generare fiducia. Forse tutta colpa di un’inadeguata azione di marketing alle spalle, suggerisce nelle conclusioni il rapporto. Del resto è significativo che i siti di commercio esistenti sono tutti accomunati da un target predefinito, dall’offerta di prodotti di nicchia o di servizi specializzati. Come dire che vengono cercati appositamente in Rete per una difficoltà obiettiva di reperimento.

Dal rapporto IBI emerge che ad avere il timone nella realizzazione dei siti Web in Italia sono soprattutto quelli che intendono portare in Rete gli interessi e le passioni personali. Non è casuale che l’IBI descriva i milioni di navigatori Internet, «in massima parte, come spettatori curiosi ed esploratori inesperti, giocherelloni emozionati che hanno una bassissima propensione all’acquisto ed alla partecipazione attiva; il consumatore maturo, quello che spende e lavora, è titubante ad uscire dal suo guscio; il consumatore giovane gira tanto e chiede solo gratis»